“C’è qualcosa nell’altezza, nel ritmo e nella combinazione di note che possiede la capacità di commuoverci”

– Philip Ball, The Music Instinct

Voci fuori dal coro

Canti ed emozioni dal - e sul - Sass Maor

CORO SASS MAOR,
Primiero San Martino di Castrozza

Categoria

gennaio 2026

Testo e foto di Linda Scalet, video di Irene Fontana

Coro Sass Maor,
coro di montagna con più di 50 anni di attività.

“C’è qualcosa nell’altezza, nel ritmo e nella combinazione di note che possiede la capacità di commuoverci”, scriveva il fisico Philip Ball nel suo saggio The Music Instinct.

Ed è vero: la musica, da sempre, è un linguaggio universale che permette all’essere umano di esprimere i propri sentimenti. Per chi la crea, è espressione intima; per chi l’ascolta, è specchio del proprio vissuto. Quando più voci o strumenti si uniscono, accade qualcosa di straordinario: la somma diventa molto più della semplice unione di singole parti. Le vibrazioni si intrecciano, le emozioni si mescolano, e nasce una connessione invisibile che attraversa chi canta e chi ascolta.

Oggi parliamo proprio di queste connessioni: tra cantori e pubblico, tra musica e montagna. Perché sì, anche le montagne cantano — attraverso chi le abita, le vive e le racconta in coro. Il canto di montagna è una delle testimonianze identitarie più preziose di un territorio. Per questo siamo andati a cercare le voci che meglio potessero raccontarlo: quelle dei componenti del Coro Sass Maor di Primiero. Dal direttore Federico, che ci ha spiegato con passione i segreti dell’armonia corale, al presidente Riccardo, che ci ha parlato del valore di far parte di un gruppo; da Giorgio, voce storica e informata, ai più giovani Simone e Angelo, appassionati eredi di una tradizione che continua a rinnovarsi.

Come in un brano corale, abbiamo unito le loro parole per restituirvi un’unica grande voce.

La tradizione del canto affonda le sue radici in tempi antichi, in quel bisogno primordiale dell’uomo di dare voce alla propria esperienza ed esistenza. Ma ciò che oggi chiamiamo canto di montagna – con le sue quattro voci maschili armonizzate, che si intrecciano come corde di alpinisti – è in realtà una creazione più recente.

“Il canto, in senso generale, è nato con l’uomo”, spiega Federico Orler, attuale direttore del Coro Sass Maor. “Ma il canto di montagna, così come lo intendiamo oggi, si è formato solo negli ultimi secoli. Tutto nasce dalla musica sacra: la gente ascoltava le melodie in chiesa, le portava fuori nei campi, le adattava, cambiava le parole. Così, quelle melodie diventavano racconti profani, legati alla vita quotidiana, al lavoro, alla fatica, alla festa. Era un canto spontaneo, che risuonava nelle osterie, nei prati, intorno al fuoco.”

Fu solo all’inizio del Novecento, con la nascita del Coro della SAT di Trento, che queste melodie vennero raccolte e armonizzate. Gli etnomusicologi iniziarono a trascrivere quei canti monofonici in polifonici a quattro voci, trasformandoli in patrimonio corale.

“È lì che nasce il canto di montagna moderno – attorno al 1920. Ogni coro porta con sé la propria terra. Anche i testi cambiano: ognuno li adatta al proprio dialetto. C’è chi storce il naso, ma è sempre stato così: il canto popolare si adatta e si evolve.”

Perché è importante, per le comunità montane, avere un coro che le rappresenti? Si può dire che molti degli anziani di oggi abbiano imparato la storia del loro territorio proprio attraverso i canti popolari? Nei testi c’è l’origine e l’identità di un territorio: quali sono i sentimenti che esprimono questi canti?

Per Riccardo, presidente del coro, “il coro non è solo un gruppo di cantori: è una voce collettiva che custodisce memorie, gioie, dolori, la storia stessa di una comunità. I canti popolari raccontano la guerra, l’amore, la perdita, la nostalgia, la festa. Raccontano la vita contadina e quella montanara, le separazioni e le attese. Sono drammi e gioie universali. Quando cantiamo, il pubblico si commuove perché riconosce qualcosa di sé. La musica risveglia memorie e sensazioni che credevi sepolte. Ci sono persone che aguzzano le orecchie per ascoltare certi passaggi profondi, che entrano diretti nell’animo di chi li ascolta. Una volta, un ragazzo di Bergamo mi chiese se fossi del Primiero, perché conosceva la canzone ‘La cesòta de Transacqua’. La cantavano anche dalle sue parti. È la prova che il canto, quando è autentico, viaggia oltre le montagne.”

Il Coro Sass Maor ha festeggiato nel 2024 i suoi cinquant’anni. Giorgio, uno dei coristi più anziani, canta da quarantadue.

“Quando sono entrato, ero il più giovane. Ora sono tra i più vecchi”, sorride. “Era un periodo di confusione per il coro. Il direttore storico, Don Giuseppe Seppi, aveva appena lasciato il suo incarico, e c’era un po’ di sconquasso. Non c’erano tanti cantori, per questo non mi provarono nemmeno la voce e mi dissero di andare a cantare nei baritoni, perché non ce n’erano abbastanza. Da allora, il coro ha attraversato momenti di crescita e crisi, tanti cambi di direzione. Il direttore è fondamentale: ognuno ha il suo modo di interpretare una melodia. Quando è arrivato Federico, così giovane, avevo paura… ma ci ha conquistati con la sua energia e la sua chiarezza. Oggi c’è un affiatamento che si sente.”

Tra le esperienze più straordinarie del coro, c’è quella del concerto sulla cima del Sass Maor, a 2.800 metri. Angelo, uno dei coristi più giovani, la ricorda come un sogno d’infanzia.

“Per me è stata un’emozione particolarmente forte perché, fin da quando ero bambino e sentivo mio papà cantare, ho sempre avuto il sogno di salire un giorno sulla cima del Sass Maor esibendomi come corista. Il 22 giugno scorso ci siamo riusciti. Abbiamo dormito al Rifugio Velo della Madonna, poi siamo saliti accompagnati dalle guide alpine e dal soccorso alpino. Quando siamo arrivati in cima, l’emozione è esplosa. Cantare lassù, tra il cielo e le nuvole, è stato come fondersi con la montagna stessa. Eravamo in una quarantina, tra coristi e guide. C’era spazio appena per stare in piedi. Oltre al momento canoro, i brividi mi sono venuti anche nella discesa: ti devi lanciare all’indietro nel vuoto, fidandoti della corda e della guida che ti tiene dall’alto. È contro natura, ma lo rifarei mille volte.”

Salita al Sass Maor, 
giugno 2025 – Foto di Roberto De Pellegrin

Essere direttore di un coro non è un compito semplice. Il lato più bello, racconta Federico, è poter scegliere il repertorio e vedere un concerto riuscire bene. Quello più difficile è la responsabilità: la dedizione che richiede, la delusione quando non tutti condividono lo stesso impegno. La sua prima prova da direttore risale al 2018.

“Non mi sentivo pronto, ma i coristi mi hanno spinto in quanto ero quello che conosceva meglio la musica, avendo suonato la fisarmonica per anni. In quel periodo ho conosciuto il maestro Manolo Da Rold, che mi ha dato consigli preziosi e ha fatto sì che arrivassi alle prove con un po’ di preparazione. È stato un incontro fondamentale, mi ha trasmesso tantissimo anche a livello umano. È molto famoso come direttore a livello nazionale. Un direttore deve saper guidare, ma anche ridere con i suoi coristi. L’autorità deve essere riconosciuta, non imposta. Le caratteristiche di un buon corista devono coincidere con quelle di un buon direttore: deve essere rispettoso, puntuale, efficiente. Non è fondamentale sapere le note, la cosa fondamentale è il voler crescere, imparare, mettersi alla prova. Quando impariamo un brano nuovo, io canto una cosa, e il corista la ripete. In base alle risposte che sento, posso dare dei consigli. Si va per imitazione, per questo non è fondamentale sapere la musica, anche se è di aiuto. Con la pazienza si fa tutto. Per me è fondamentale la complicità. Quando si conclude la prova o il concerto è bello essere anche amici e partecipare alle goliardie che succedono nel gruppo.”

Quando tutte le voci si uniscono perfettamente, senti una vibrazione che ti attraversa.

Dopo le prove o i concerti, il Coro Sass Maor non si scioglie mai davvero.

“C’è un gruppo di ‘mascalzoni’ – e il direttore è uno di loro”, scherza il presidente.“Sono il lievito del coro: portano vitalità e divertimento. Questo equilibrio tra rigore e allegria è ciò che il pubblico percepisce. E non c’è gioia più grande di sentirsi dire: “Si vede che vi piace cantare”.

Anche Simone, conferma: “Noi dove ci troviamo cantiamo, non è che dobbiamo essere per forza in un determinato posto per cantare. Cantiamo prima delle prove, cantiamo dopo, se andiamo a fare una gita iniziamo a cantare in corriera e smettiamo solo tornando a casa. Alcuni, irriducibili, continuano anche lì. Diventa naturale.”

Lui è entrato quasi per caso, spinto da un cugino. “Quando ho detto a mio padre che volevo entrare nel coro, mi ha risposto: ‘Prima canta in chiesa, poi nel coro!’. Ma alla fine mi ha lasciato fare. E da allora non me ne sono più andato.”

Per Angelo, invece, è stato un ritorno alle origini. “In casa mia si è sempre cantato. Mio nonno era tra i fondatori del coro. Ho sempre detto che un giorno avrei seguito le sue orme, e così è stato. Quando tutte le voci si uniscono perfettamente, senti una vibrazione che ti attraversa: è un’energia che non puoi spiegare.”

Nel coro, spiega il presidente, si forma un legame che cambia le persone. Lui stesso, inizialmente riservato, dice di aver trovato nel gruppo una seconda famiglia.

“Il canto ti apre, ti rende parte di qualcosa di più grande. E quando vedi i giovani che bussano alla porta, capisci che hai trasmesso qualcosa di importante. Il canto ha questa capacità trasversale all’interno dell’animo umano che è inspiegabile. Sono presidente da sei anni e corista da ventidue, ma è dall’ultima ondata di giovani che sono cambiato di più. Bisogna cavalcare le ondate di cambiamento. È come se il coro avesse ogni volta una stagione diversa. Il Coro Sass Maor ha sempre avuto questa tendenza a cavalcare le ondate di novità e freschezza!”

Federico aggiunge: “Io non avevo nessuno in famiglia che cantasse. Ma da bambino, durante la Messa di Natale, cantata per tradizione dal Coro Sass Maor, mi capitava di sedermi vicino al direttore, perché il coro si metteva attorno alla sede del prete. Ne ero incantato. Ho da sempre cercato di afferrare al volo le cose belle della vita. Appena ce n’è stata l’occasione, ho preso anche questa.”

Dopo aver parlato di cosa significhi essere coristi, la conversazione si sposta su un terreno più universale: quello delle emozioni che solo la musica sa risvegliare — non solo in chi la produce, ma anche in chi l’ascolta.

Perché alcune melodie riescono a far riaffiorare ricordi che credevamo sepolti, riportando in superficie sensazioni che nessun altro linguaggio sa evocare con la stessa forza?

“Quando senti un brano, rifletti in esso le tue emozioni. Se una melodia in tonalità minore esprime malinconia, e tu stai vivendo un momento triste, ti ci ritrovi dentro. È come se foste sulla stessa lunghezza d’onda. Ma quel legame cambia nel tempo: un brano che amavi un anno fa, perché rispecchiava il tuo stato d’animo, può non darti più la stessa emozione dopo due anni. La musica non cambia, ma sei cambiato tu. Un direttore deve prima di tutto sentire un brano, viverlo. Solo allora può trasmetterlo. È un passaggio a catena: dal direttore al coro, dal coro al pubblico. Quando questa catena funziona, nasce qualcosa di magico. Altrimenti, anche il canto più perfetto può sembrare vuoto. Ci sono cori tecnicamente impeccabili, eppure sembrano burattini. E poi ci sono cori che non sono perfetti tecnicamente, ma ti arrivano al cuore perché ci mettono l’anima. Io preferisco questi ultimi”, spiega Federico.

Riccardo annuisce:
“È un tema che ci fa discutere spesso. Ricordo un concorso: la nostra esibizione ci era sembrata intensa, autentica. Il pubblico era entusiasta, ci aveva applaudito a lungo. Eppure la giuria non ci ha giudicati positivamente allo stesso modo. Probabilmente ha analizzato la performance da un punto di vista puramente tecnico, come se la musica fosse solo un codice da decifrare. Ma la musica è un ponte che si forma, invisibile, senza codici. Quando si crea quel legame con il pubblico, è lì che nasce la vera magia. Spesso diciamo tra noi: ‘Noi viviamo per il nostro pubblico’. E lo crediamo davvero. Perché quando vediamo qualcuno commuoversi, quando dietro un applauso scorgiamo una lacrima, sentiamo di aver raggiunto il nostro obiettivo. Molto più che non vincendo un concorso.”

Quando dietro un applauso scorgiamo una lacrima, sentiamo di aver raggiunto il nostro obiettivo.

Da musicista posso confermarlo. A volte si analizza troppo, finendo per godere meno di un ascolto, perché troppo concentrati sulla tecnica. Ti focalizzi sui dettagli, sulle imperfezioni, e ti perdi parte dell’emozione. Paradossalmente, chi non ha formazione musicale riesce a godersi di più ciò che ascolta. Riceve la musica così com’è: diretta, nuda, sincera.

Federico annuisce: “È vero. Uno dei lati meno piacevoli del mio ruolo è proprio questo: spesso non riesco a godermi pienamente un brano. Mentre dirigo, sento subito ciò che non va, un’intonazione mancata, un equilibrio imperfetto. In quei momenti la mente analizza, non si abbandona. Poi però, a casa, riascolto la registrazione con le cuffie e mi emoziono. Lì non sono più il direttore: torno ad essere un ascoltatore.”

“Secondo me è fondamentale che il direttore ami davvero ciò che fa. Se è solo un professore, un tecnico, non può guidare un coro che trasmetta emozioni. Ognuno di noi ha una propria colonna sonora interiore, e ognuno coglie sfumature diverse. È questo il bello”, aggiunge Simone.

Un giorno, mentre in sottofondo a un servizio televisivo suonava ‘Signore delle cime‘, ho visto mio padre commuoversi. Non l’avevo mai visto piangere. Quelle note, però, gli hanno riaperto un mondo di ricordi. Mi ha detto soltanto: “Mi tornano in mente certe cose…”. Quelle “cose” erano la sua giovinezza trascorsa in montagna: le arrampicate, gli amici, gli interventi come soccorritore alpino. Esperienze intense, spesso segnate anche dalla perdita di compagni rimasti per sempre tra quelle stesse vette.

In pochi istanti, una melodia aveva spalancato la porta della memoria, restituendo vita a emozioni sepolte da decenni. È questo il potere misterioso della musica. Non parla — risveglia. Non spiega — ricorda. Ogni voce, ogni suono, diventa un ponte invisibile tra chi canta e chi ascolta, tra passato e presente, tra ciò che eravamo e ciò che ancora siamo capaci di sentire.

Quando cantiamo, il pubblico si commuove perché riconosce qualcosa di sé. La musica risveglia memorie e sensazioni che credevi sepolte

Il futuro del canto corale di montagna, per il Coro Sass Maor, è una questione di adattamento e rinnovamento.

“Io lo chiamo darwinismo corale”, sorride Federico. “Sopravvive chi sa evolversi. Abbiamo armonizzato anche brani contemporanei, e ora siamo persino su Spotify.”

“Ci sono tanti giovani che vogliono entrare, e questo ci dà speranza. È l’unione del gruppo che invoglia a farne parte”, conclude Simone.

Bisogna saper camminare al passo con i tempi, senza temere di cambiare ritmo. Ciò che si canta oggi può diventare la storia, la tradizione del domani. Rinnovarsi continuamente, mantenendo viva l’unione del gruppo, è un’arte: quella che trasforma un gruppo di voci in una sola grande anima, capace di far vibrare le montagne e i cuori di chi ascolta.

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