Se della luce attraversa un prisma, si scompone in molti colori. Se un gruppo di alpinisti attraversa una delle cime più alte dell’Himalaya, si ottengono una moltitudine di storie.
E proprio come la luce, rifrangendosi, dà colore a ciò che incontra, così queste montagne si riflettono dentro ciascuno, restituendo sfumature diverse.
Categoria
maggio 2026
Testo e foto di Linda Scalet, foto storiche dei componenti della spedizione,
video di Irene Fontana
I componenti della spedizione,
Dhaulagiri, Nepal, maggio 1976.
Cinquant’anni fa, un’occasione nata quasi per caso si trasformò in un’impresa pionieristica destinata a segnare la storia dell’alpinismo italiano.
Era un’opportunità irripetibile: una parete da esplorare in esclusiva, contando soltanto sulle proprie forze, tredici compagni con cui condividere ogni passo e una partenza improvvisata, organizzata in una corsa contro il tempo che li portò dal Trentino alle pendici del Dhaulagiri I, tra le montagne più alte e severe del pianeta.
Come le aquile, che sfruttano le correnti per volare senza disperdere energia, anche questi alpinisti cercarono il ritmo giusto, impararono ad ascoltare i segnali del corpo e a cogliere l’attimo favorevole per salire.
In quell’equilibrio sottile tra uomo e montagna si compie la salita del Dhaulagiri I (8.167 metri), il cui nome deriva dal sanscrito Dhawala (“bianco”) e Giri (“monte”). Furono i primi italiani sulla sua vetta e i quarti al mondo a raggiungerla”.
Oggi a raccontare come tutto questo sia stato possibile sono sei dei protagonisti di allora: Giampaolo De Paoli (detto “Grohmann”), Luciano Gadenz, Sergio Martini, Gianpietro Scalet (detto “Pape”), Silvio Simoni e Giampaolo Zortea.
Il Dhaulagiri I,
con i suoi 8.167 m s.l.m.,
rappresenta la settima montagna
più alta della Terra
È maggio del 1973 quando Alessandro Gogna, alpinista, richiede al governo nepalese il permesso per la salita al Dhaulagiri. La montagna è ancora libera: nessuna spedizione ne ha fatto richiesta. Al tempo, infatti, solo una spedizione per volta otteneva il permesso di tentare le inviolate pareti degli Ottomila, in autonomia. Il permesso viene concesso.
Nel 1974 Gogna si accorda con Francesco Santon per organizzare la spedizione e il permesso viene intestato a loro. Ma l’anno successivo Gogna rinuncia al progetto, lasciando Santon nella necessità di ricomporre il gruppo e trovare nuovi alpinisti pronti all’impresa.
Gianpietro “Pape”:
“Erano i primi di novembre del ’75 quando Santon arrivò a San Martino con un permesso per il Dhaulagiri ormai in scadenza. In Nepal, per scalare una montagna era necessario ottenere un’autorizzazione del governo, concessa anche per ragioni economiche.
Renzo Debertolis, che allora era capo delle Guide Alpine, ci ha convocati in riunione e ci ha proposto di valutare l’opportunità. Abbiamo deciso quasi subito di aderire, acquistando quel permesso che sarebbe scaduto nel maggio del ’76.
Da quel momento abbiamo avuto poco più di due mesi per organizzare tutto. E così, in quel tempo, siamo riusciti a preparare la spedizione e a partire.”
Giampaolo Zortea:
“Renzo ha convocato le guide e ci siamo ritrovati tutti insieme a discutere la proposta. Alla fine ci siamo detti: ‘Perché no?’.
Con quelli che si sono dimostrati interessati siamo andati a Milano per formalizzare l’acquisto del permesso. Da quel momento la spedizione ha iniziato davvero a prendere forma.
In seguito ci siamo attivati per cercare il sostegno finanziario e organizzare tutta la parte logistica.”






I sei protagonisti rimasti in vita:
Gianpietro Scalet, Giampaolo De Paoli, Luciano Gadenz, Silvio Simoni, Giampaolo Zortea e Sergio Martini.
Oltre alla partecipazione delle Guide Alpine “Aquile” di San Martino, Santon pone la condizione che partecipino anche Sergio Martini, Accademico del CAI, e l’alpinista genovese Lorenzo Pomodoro.
Il 2 dicembre viene dato il via libera definitivo e viene richiesto un prestito bancario. La visita medica porta a sconsigliare la partecipazione di Giulio Faoro, mentre Claudio Longo decide di ritirarsi. Al loro posto subentrano Silvio Simoni, aspirante guida, e Luciano Gadenz, guida alpina.
Il 21 dicembre Santon si reca a Kathmandu per avviare le pratiche e curare l’organizzazione logistica insieme all’Annapurna Mountaineering & Trekking. Nel gennaio successivo, Lorenzo Pomodoro muore sulle Alpi Apuane e viene sostituito dall’alpinista e istruttore delle Guide Alpine Luigino Henry, di Courmayeur.
Il gruppo è così infine composto da otto guide — Renzo Debertolis, i fratelli Camillo e Giampaolo De Paoli, Giampietro Scalet, Edoardo Zagonel, Giampaolo Zortea, Luciano Gadenz e Silvio Simoni —, dal medico Achille Poluzzi e dagli alpinisti Martini, Santon ed Henry, per un totale di dodici membri, ai quali si aggiungerà poi il meteorologo Alfonso Bernardi.
Nel frattempo le guide cercano finanziamenti presso enti, banche e amici. Il materiale preparato, in una corsa contro il tempo — poiché una spedizione di quella portata richiede solitamente circa dodici mesi di preparazione, mentre loro ne hanno appena tre — supera le cento casse.
Giampaolo De Paoli “Grohmann”:
“Io e mio fratello abbiamo deciso insieme di partire. Per noi è stato come essere invitati alle Olimpiadi dell’alpinismo. Siamo tornati a casa e abbiamo detto che saremmo partiti, senza ripensamenti.
Ci siamo occupati di tutto il materiale: attrezzatura, corde, sacchi a pelo, tute da alta quota. È stato un lavoro enorme e fatto di corsa. Diverse aziende ci hanno aiutato, tra cui la Cassin.
Luciano:
“All’inizio ho avuto dei dubbi, perché non mi sentivo del tutto pronto. Poi sono stato coinvolto sempre di più, anche durante gli incontri con la ditta Grivel per il materiale tecnico. Avevo 25 anni e vedendo compagni molto più esperti ho pensato che potevo provarci anch’io.”
Sergio:
“Ho detto subito sì, perché una spedizione himalayana era un’occasione unica. È rientrata nel mio modo di vivere la montagna a 360 gradi, non solo roccia o Alpi.
Avevo già fatto esperienze in Perù e Patagonia, ma l’Himalaya mi ha coinvolto completamente. È stata un’esperienza totale, che mi ha segnato profondamente. Dopo il Dhaulagiri sono tornato più volte, perché quell’esperienza mi ha cambiato davvero.”
A complicare la situazione interviene anche lo scandalo “Lockheed”, che fa saltare il volo inizialmente previsto dal Governo e costringe i partecipanti a ripiegare su un volo Lufthansa.
Il volo, con partenza da Milano il 24 febbraio e arrivo a Kathmandu il 25, prevede due scali: il primo a Francoforte e il secondo a Delhi.
A causa dei tempi ristretti, una volta arrivati a Kathmandu si trovano inoltre a disporre di sherpa e di un sirdar — il “capo” del gruppo — con poca esperienza, poiché i più qualificati sono già stati ingaggiati da altre spedizioni.
A Kathmandu si unisce al gruppo anche Alfonso Bernardi, giornalista e meteorologo, ottimo conoscitore della lingua inglese, che si rivelerà una figura determinante per la riuscita della spedizione.
Giampaolo De Paoli “Grohmann”:
“Il viaggio è iniziato con un imprevisto importante: il volo governativo è saltato per lo scandalo ‘Lockheed’ e abbiamo dovuto organizzare tutto all’ultimo momento con Lufthansa. In pochi giorni abbiamo caricato gli scatoloni nei tir e poi spedito tutto da Milano.
Quando siamo arrivati a Kathmandu non era affatto come ci era stato descritto: alcune forniture mancavano e abbiamo dovuto adattarci subito.
Mi sono occupato soprattutto dell’alimentazione: ho cucinato quando serviva, anche con carne comprata sul posto come bufale, capre e manzi, soprattutto per i campi alti.”
Giampaolo Zortea:
“L’attrezzatura era essenziale. Gli scarponi erano pesanti, le tende quasi da campeggio.
Una volta arrivati a Kathmandu siamo riusciti a recuperare dei materiali da altre spedizioni: tende più tecniche, della ‘Karrimor’ e della ‘Camp’.
Io avevo anche un maglione fatto da mia madre che non mi sono mai tolto.”
Luciano:
“Il primo impatto con Kathmandu è stato forte: un caos totale, molto diverso dalle nostre città. C’erano una zona centrale sacra, con templi bellissimi e odori intensi, e una periferia più disordinata.
Per strada si sentiva di tutto: odori forti, incensi, colori delle polveri. C’erano macellerie senza frigoriferi, con le mosche sulla carne, santoni, bambini ovunque. Ma allo stesso tempo abbiamo trovato una grande ospitalità: il ‘Namastè’, con le mani giunte, era un saluto continuo.
Era un mondo completamente diverso, soprattutto nei villaggi, dove la vita conservava ancora una grande semplicità. Sembrava un’archeologia vivente, qualcosa che da noi apparteneva al passato.
A Kathmandu abbiamo incontrato Bernardi, giornalista, che ci ha aiutato anche nelle pratiche burocratiche. Lui ci ha fatto da interprete, oltre a essere stato aggregato alla spedizione come meteorologo.
Da Kathmandu abbiamo poi viaggiato verso Pokhara con un bus che trasportava sia noi che i viveri.”







Il 5 maggio la spedizione arriva a Pokhara – città che è la porta di accesso all’Himalaya. Da qui il viaggio cambia forma e diventa scoperta. Non è più soltanto la montagna a dominare lo sguardo, ma la sensazione di entrare in un altro mondo, dove ogni incontro lascia qualcosa e ogni passo allontana dalla quotidianità.
La lunga traversata, di 12 giorni, che da Pokhara porta al campo deposito si snoda insieme a circa 300 portatori, seguendo la valle del Kali Gandaki tra risaie, villaggi accoglienti e sguardi curiosi. In questo tempo sospeso, anche la comunicazione con casa diventa rara: un paio di “runner” fanno da ponte, portando a piedi le lettere scritte durante il percorso fino a valle, per far arrivare qualche notizia alle rispettive famiglie.
Sergio:
“Non è stata tanto la montagna in sé ad avermi colpito, quanto soprattutto l’avvicinamento. Il percorso per arrivare ai suoi piedi. Ho vissuto un contatto diretto con un ambiente particolarissimo, che mi ha ricordato quello che da noi si è vissuto nei secoli scorsi.
Luoghi raggiungibili solo dopo giorni e giorni di cammino, isolati ma pieni di vita: persone che vivono coltivando la terra e allevando animali. Un vero ritorno alle origini dell’uomo.”
Silvio:
“Siamo sempre stati accolti bene e i bambini erano molto curiosi. Vedere persone diverse da noi, che vivono in modo differente, è stato come tornare indietro nel tempo, ai nostri bisnonni. Conoscere culture diverse è un’esperienza che apre la mente. Sono realtà da rispettare, perché portano valori sconosciuti: il contatto è sempre arricchente.”
Un vero ritorno alle origini dell’uomo.
In fondo, la vita di montagna è simile ovunque.
Giampaolo De Paoli “Grohmann”:
“Era interessante andare in queste valli, incontrare la gente e osservare il loro modo di vivere. Non mi sono stupito più di tanto, perché avevo già vissuto qualcosa di simile nella mia infanzia: da maggio a settembre con la mia famiglia stavamo in baita, camminavamo scalzi e mia madre ci portava nel bosco con le mucche, mentre lei faceva la calza. In quelle immagini ho rivisto la stessa realtà, osservando le donne mentre pascolavano il bestiame.
In fondo, la vita di montagna è simile ovunque.”
Luciano:
“Per il trasporto erano previsti sulla carta 383 portatori. Molti di loro firmavano con le impronte digitali, non sapendo leggere né scrivere. Hanno camminato con noi per circa 13 giorni fino al campo deposito, dove è stata costruita la prima base.
Il compenso era di 18 rupie al giorno, una cifra minima per noi. Man mano che i carichi diminuivano, venivano congedati. Dopo aver saldato il lavoro dei portatori, dal campo deposito sono rimasti con noi 20 portatori e 10 sherpa, compreso il sirdar, il coordinatore che si è rivelato poco autorevole.
Durante il trekking il ritmo lento favoriva inevitabilmente il contatto con la popolazione: la vita si svolge interamente all’aperto, tra animali e coltivazioni. Il nostro passaggio attirava sempre curiosità. Ho visto scene quotidiane molto forti, come parti in strada, bambini che portano in spalla i fratelli più piccoli o la convivenza tra persone e animali nelle stesse case.
La sera, quando montavamo le tende, il dottor Poluzzi apriva il suo piccolo ambulatorio: molti non avevano la possibilità di raggiungere l’ospedale di Pokhara. Anche i portatori, spesso scalzi, ricevevano cure per le ferite ai piedi lungo il percorso.”
Gianpietro “Pape”:
“Era possibile mantenere la corrispondenza con l’Italia, ma dai campi alti diventava complicato. Avevamo un runner che ogni dieci giorni passava a ritirare le nostre lettere, destinate chi alla moglie, chi alla compagna, chi alla famiglia. Impiegava sei o sette giorni per raggiungere il villaggio più vicino da cui poterle spedire.
Al ritorno ci portava la posta che arrivava dall’Italia. In tre mesi, complessivamente, abbiamo ricevuto appena un paio di lettere. So che a casa erano tutti un po’ preoccupati, perché per lunghi periodi non arrivavano notizie, ma alla fine è andato tutto bene.”
Il 17 marzo la spedizione arriva a quota 3700 metri, dove viene allestito il campo deposito, destinato a fungere da magazzino. Da qui rimangono circa una ventina di portatori, incaricati di supportare le operazioni fino al campo base, insieme agli sherpa, che proseguono oltre affiancando gli alpinisti.
Da questo momento inizia la progressiva risalita in quota. Il gruppo si organizza in squadre, impegnate nell’esplorazione del terreno e nella tracciatura del percorso: avanzando nella neve alta, aprono la via, fissano corde nei punti più delicati e individuano, di volta in volta, i luoghi più adatti per l’allestimento dei campi.
Il 23 marzo viene raggiunta quasi quota 5000 metri, dove viene allestito il campo base, preceduto da un campo intermedio necessario per facilitare la progressione.
Fin dai primi giorni emergono le difficoltà legate a un’organizzazione preparata in tempi ristretti. Il problema principale è l’alimentazione: riso scotto, lenticchie, carne in scatola, marmellata, latte in polvere e tè, in quantità insufficienti e con un apporto calorico inadeguato alle esigenze dell’alta quota.
A complicare ulteriormente la situazione c’è il maltempo, una presenza costante che gli alpinisti imparano presto a conoscere: il cosiddetto “tempo da Dhaulagiri”. La montagna, esposta ai venti caldi provenienti dalla pianura indiana e a quelli gelidi del Tibet, si presenta come un vero deserto bianco, soggetto a continue valanghe.
Le salite avvengono quindi sfruttando brevi finestre di bel tempo. Il 4 aprile nasce il Campo 1, a 5220 metri. Il 7 aprile Silvio e Sergio montano la prima tenda al Colle Nord-Est, dando vita al Campo 2. Il 19 aprile viene poi attrezzato il Campo 3.
La carenza di viveri viene in parte tamponata grazie all’acquisto di alcune bufale, procurate dal sirdar sceso a valle e poi cucinate da Giampaolo “Grohmann”. Anche le comunicazioni si rivelano difficili: le radio non sempre funzionano e spesso è necessario spostarsi fisicamente da un campo all’altro per trasmettere informazioni.
L’allestimento del Campo 4 inizia, ma le condizioni ambientali rallentano ogni operazione: neve, freddo, nebbia e vento rendono estenuanti le lunghe corvée necessarie per trasportare tende, corde, chiodi e viveri sempre più in alto. Il recupero fisico è lento e l’altitudine comincia a farsi sentire in modo significativo.
Nonostante la stanchezza crescente, un episodio ridà morale al gruppo: sopra il Campo 4 viene trovata una vecchia tenda americana contenente resti di viveri. Cioccolata e biscotti, ancora utilizzabili, rappresentano un piccolo ma prezioso segnale di speranza.
Luciano Gadenz e uno sherpa
durante la salita
Gianpietro “Pape”:
“In quota tutto rallenta. Solo prepararsi al mattino — sciogliere neve, fare un tè, infilarsi gli scarponi — può richiedere più di un’ora. Poi si parte in squadra, si apre la via, si fissano le corde e si prepara il campo successivo. Se si può si resta, altrimenti si scende per recuperare.
Ognuno faceva quello che poteva, in base a come stava in quel momento, senza ruoli rigidi.
Anche le comunicazioni erano complicate: le radio funzionavano a tratti, con le batterie che al freddo si scaricavano subito. Spesso si affidava tutto a biglietti portati a valle dai compagni.
I momenti difficili non sono mancati, soprattutto quando siamo rimasti fermi in tenda per due giorni per il maltempo. Lì capisci che non basta la preparazione fisica: se la testa non regge, è finita.
Il ricordo più leggero resta una piccola festa improvvisata per il compleanno dell’Edo: un dolce di riso preparato dal cuoco, in mezzo a giorni di fatica.”
Luciano:
“La neve non ha mai smesso di cadere per giorni. Per montare il campo base abbiamo dovuto aspettare quasi una settimana. Eravamo in un periodo teoricamente favorevole, pre-monsonico, subito dopo la fine dell’inverno. Ma il Dhaulagiri è imprevedibile: gli americani lo chiamano ‘la montagna delle tempeste’. Mi è sembrato quasi di essere sulle nostre Pale, che essendo rivolte verso la pianura sono le prime a coprirsi di umidità. Fino al Colle Nord-Est le condizioni sono state estremamente instabili, con nevicate e vento che rallentavano ogni spostamento.”
In questo momento sono uno degli uomini più alti del mondo!
Silvio:
“La cosa più importante è stata capire come funzionava il corpo in quota. Salire e scendere, non forzare mai troppo: è questo che mi ha insegnato l’acclimatazione.
All’inizio ho fatto fatica, poi a poco a poco ho trovato un equilibrio. Sopra i 6000 metri, sorprendentemente, stavo meglio: mangiavo e dormivo con regolarità.
Io ero solo un ‘pazzo’ appassionato di montagna, mentre altri avevano a casa la famiglia o un bel lavoro e forse questo ha pesato. Il mio passo lento mi ha aiutato: ho consumato l’ossigeno pian pianino. Quando sono arrivato al Colle Nord-Est la vista mi ha tolto il fiato: ho visto il verde della valle della Kali Gandaki e mi sono ritrovato sopra le nuvole di neve che coprivano il campo base. Mi ha fatto una certa impressione pensare: ‘In questo momento sono uno degli uomini più alti del mondo!’.
Giampaolo Zortea:
“In ambienti del genere le persone si formano; acquisiscono esperienza e imparano a calcolare ogni rischio. Le difficoltà mi hanno imposto delle scelte precise e mi hanno forgiato il carattere, aiutandomi poi ad affrontare anche altre asperità della vita.”
Giampaolo De Paoli “Grohmann”:
“Il freddo in quota è qualcosa che non si dimentica.
A oltre 7000 metri ho visto i temporali sotto di noi, nelle valli: i fulmini che si muovevano tra le nuvole e le cime che emergevano come isole. È una di quelle immagini che restano impresse per sempre, perché non le puoi vivere da nessun’altra parte.”
Ho visto i temporali sotto di noi, nelle valli: i fulmini che si muovevano tra le nuvole e le cime che emergevano come isole.
Verticale dell’Eiger,
ripida parete rocciosa incastonata tra due versanti.
Sono i primi giorni di maggio. Al Campo 4 restano soltanto Luciano, Silvio e Giampaolo, che procedono raggiungendo il Campo 5. Gli altri, ormai stremati, sono scesi al Colle Nord-Est. Per ultimo Sergio, che non riesce quasi più a respirare, piegato da una tosse violenta che si trascina da giorni.
Non è il solo a stare male. Anche Camillo, tormentato da forti crampi allo stomaco ormai da troppo tempo, non è riuscito a spingersi oltre il Campo 2.
È la montagna che sceglie. Non il fisico più forte, non chi sembrava favorito, ma chi — per un intreccio di circostanze, resistenza e capacità di adattamento — riesce a sopportarla meglio.
Nessuno è partito con l’idea o l’ambizione della cima. L’unico impegno preso era con sé stessi. Ma si sa: per un’aquila salire in alto è necessità. Più sale, più vede lontano. Da terra sembra dominare il cielo, ma ne è semplicemente parte. Gli alpinisti fanno lo stesso: non conquistano la montagna, si adattano a lei.
Così l’istinto prende il sopravvento e li spinge fino alla sommità, in una giornata particolarmente fredda e ventosa.
Silvio:
“Alla spedizione sono arrivato quasi da outsider, aggiunto all’ultimo momento. Ci credevo molto, non tanto nella vetta quanto alla possibilità di partecipare. Ho sempre cercato di restare concentrato su me stesso, sul ritmo, senza guardare gli altri. In alta quota basta poco per finire fuori gioco: una tosse, un calo di energia. Bisogna dosare tutto, avanzare con attenzione, controllare il respiro.”
Luciano:
L’ultima notte al Campo 5, a circa 7530 metri, non ho dormito. Non mi sentivo in forma, ma al mattino abbiamo bevuto un po’ di tè e, visto il tempo buono, ci siamo messi in marcia. Si è deciso di non seguire la cresta, come avevano fatto altre spedizioni, ma di tentare un percorso alternativo, forse meno impegnativo e più rapido.
Dopo un paio d’ore ho iniziato a sentire i piedi molto freddi. Ho provato a riscaldarli con l’aiuto di Giampaolo, ma la situazione non migliorava. Così ho lasciato andare avanti gli altri. Poco dopo, con il vento che aumentava e il nevischio che iniziava a cadere, li ho visti salire sempre più in alto. In quel momento ho pensato che ce l’avrebbero fatta e che non avrebbe avuto senso forzare il ritorno o inseguire la cima a tutti i costi. Ho deciso che era meglio una ritirata dignitosa che una conquista rischiosa.
Giampaolo Zortea:
“Non mi sono mai sentito pressato. Ero là per dare una mano, stavo bene e quindi andavo avanti e indietro tra i campi. Non avevo il pensiero del dover arrivare a tutti i costi. Certo, il campo base non era un posto tranquillo: stavamo sotto una seraccata, con la parete che scaricava spesso. A un certo punto, però, certe decisioni e certe responsabilità bisogna prendersele. Non eravamo tra i favoriti, ma avevamo voglia di andare avanti.
Eravamo in tre dentro una tenda pensata per due.
Siamo partiti dal Campo 5 con l’idea di andare avanti e vedere fin dove fosse possibile arrivare: la cima, sinceramente, non era nella nostra testa. Avevamo dormito poco. Siamo usciti che era ancora notte, ma il buio non è mai il vero problema in montagna.
Abbiamo iniziato a salire a gradoni, alternandoci come si fa normalmente in cordata: prima Silvio davanti, poi io. Intanto cercavo di memorizzare punti di riferimento utili per la discesa.
Siamo andati su, passo dopo passo, finché ci siamo trovati sotto la calotta finale. Nell’ultimo tratto il vento era così forte che bisognava avanzare piegati.”




Silvio:
“Intorno ai 7890 metri ci siamo fermati e abbiamo chiesto via radio l’ora al Campo 2. Ci hanno risposto: le dieci e mezza. Non ci potevo credere, ero convinto fosse già pomeriggio inoltrato. Ho controllato l’orologio infilato nella giacca ed era vero. In quel momento ho capito che avevamo ancora tempo e ho pensato: ce la facciamo.
Poi è arrivata la bufera, come spesso sul Dhaulagiri. Una volta raggiunta la cima, la vera liberazione è stata poter scendere. Ero esausto, a tratti non vedevo bene, ma la cordata con Giampaolo mi dava sicurezza.”
Giampaolo Zortea:
“In cima ho provato ad alzarmi, ma sono rimasto sempre in ginocchio. Il tempo di fare qualche fotografia e siamo subito ripartiti. Lassù non c’era da fermarsi. Quando capisci di essere arrivato, senti anche il bisogno di dimostrarlo: non avevamo GPS né strumenti moderni, così ho tirato fuori la mia Rollei 35, togliendo con cautela le moffole per non riempirle di neve. Ho scattato due foto nel minor tempo possibile, dove si vede anche la quota misurata dall’altimetro, poi via, in discesa.
Il ritorno, se hai in mente il tracciato, può essere rapido. Il tempo ci ha aiutati e siamo piombati al Campo 5.”
Silvio:
“Luciano ci aveva preparato il tè: un aiuto preziosissimo.”
Luciano:
“Camillo aveva un altimetro tarato fino ai 5000 metri, quindi non avevamo una strumentazione adeguata per la quota. A risolvere il problema era stato Bernardi, che ci aveva procurato un altimetro da 8000 metri, quello che poi Giampaolo ha utilizzato per leggere la quota in cima. Era lui, tra l’altro, a occuparsi spesso dei rilievi: una sorta di segretario della spedizione, con una piccola stazione di appunti e dati.
Sono rientrato nella tenda, sentivo freddo alle mani e ho iniziato a recuperare. Non ho mai rimpianto quella scelta. Mi sono detto che la montagna era lì, e che eventualmente ci sarei potuto tornare, ma non volevo rischiare né il mio corpo né complicare la salita degli altri. In quel momento, anzi, credo di aver contribuito a facilitare le cose.
Quando sono rientrati, molto provati, ho preso in mano la situazione e ho comunicato al Campo 2 l’avvenuta vetta.
Gli altri erano increduli e ho dovuto ripeterlo più volte a Renzo. Eravamo l’ultima risorsa rimasta: non c’erano più possibilità per un altro tentativo.
Avevo passato troppi giorni oltre il Campo 3, sopra i 6600 metri — circa dodici giorni complessivi — e anche Giampaolo e Silvio erano ormai al limite. Per questo la soddisfazione, nel dare la notizia della vetta, è stata enorme: era la conclusione di tutto.”
Giampaolo Zortea:
“Al Campo 5 non si poteva restare: eravamo sempre in tre dentro una tenda da due. In quota recuperi solo se riesci a stare comodo, e non era quel caso. Così abbiamo deciso di scendere al Campo 4, dove c’erano due tende.”
Silvio:
“Ogni passo pesava enormemente. Guardavo dove mettere prima lo scarpone, poi la piccozza, avanzando lentamente fino a raggiungere le corde fisse. Quando mi sono agganciato ho sentito finalmente un po’ di sicurezza. Arrivati al Campo 4 ci siamo rifocillati; c’era anche una bombola di ossigeno che ho respirato per un po’. Man mano che si perde quota ci si sente rinascere.”
Gianpietro “Pape”:
“Quando ci hanno comunicato che avevano raggiunto la cima è stata una gioia enorme: abbiamo stappato una bottiglia e aspettato il giorno dopo per rivederli rientrare.”
Silvio:
“È stata una festa. Ci siamo ritrovati tutti insieme al Campo 2 dopo aver concluso qualcosa di molto difficile.
Rientrati nella valle ci hanno accolto mettendoci al collo un foulard, credo di canapa, e dei colori sul capo. Era una loro usanza. Hanno credi diversi dai nostri, ma non per questo meno importanti.
E poi ricordo il ritorno fuori dal ghiacciaio: arrivare finalmente sull’erba verde e sdraiarsi a terra. Sono sensazioni che restano per sempre.”
Giampaolo Zortea:
“Ricordo l’arrivo al Campo 2: Camillo mi è saltato addosso per la gioia. Poi mi sono infilato subito nella tenda e mi sono addormentato. Quando ti rilassi dopo una tensione così lunga, arriva il crollo.”
Gianpietro “Pape”:
“In quei giorni abbiamo capito ancora una volta quanto la montagna decida tutto. Il 6 maggio, mentre eravamo tutti al campo base pronti a partire, una valanga è precipitata da Sud-Est riempiendo la valle di polvere di neve fino a noi. Se fossimo rimasti un giorno in più al Campo 1, forse non sarebbe finita così bene.
Il ricordo più intenso, per me, resta una sera al Campo 3, oltre i settemila metri. Sono uscito dalla tenda e ho guardato verso il basso: avevo la terra intera sotto di me. Anche se non ero in vetta, in quel momento mi sembrava di esserlo.
Il ritorno alla normalità è cominciato durante la discesa verso Pokhara. Lungo il cammino incontravamo persone gentili che ci ospitavano nelle loro case. Ricordo ancora le prime banane mangiate scendendo: le ho finite subito. Arrivati a Pokhara ci siamo concessi un pranzo memorabile al ristorante. Era solo pollo molto piccante, ma lo abbiamo mangiato con entusiasmo.”
C’è un pensiero che ritorna con forza nelle loro testimonianze: la vera vittoria è stata la coesione del gruppo.
Perché, se ognuno di loro — con il proprio carattere e il proprio vissuto — non avesse dato il massimo, fisicamente e soprattutto umanamente, in una spedizione in cui si condividono giorni e giorni sempre con le stesse persone, il successo non sarebbe stato possibile.
In assenza di questo equilibrio, tutto avrebbe potuto prendere un’altra direzione: il ricordo di un’esperienza difficile, vissuta oltre i 6000 metri con compagni ormai estranei, in un isolamento non solo fisico ma soprattutto morale e relazionale.
Non è semplice mettere in parole ciò che una spedizione del genere lascia dentro. E spesso, ciò che si è vissuto resta qualcosa che si preferisce custodire più che raccontare.
Sergio:
“Nel ’76 non sono arrivato in cima, ma ho sempre sentito di aver contribuito al risultato della spedizione. Far parte di quel gruppo è stato un grande privilegio. Quei momenti restano parte della mia storia, mi restituiscono insieme gioia e malinconia, perché sono esperienze davvero vissute.
Il Dhaulagiri è andato oltre la spedizione stessa. Con alcuni compagni ci siamo ritrovati nel tempo, e questo è raro: spesso, dopo esperienze simili, ognuno riprende la propria strada. Nel nostro caso il legame è rimasto. Il gruppo ha retto, e questo dice molto su quell’avventura.”
Silvio:
“Abbiamo vissuto un’avventura insieme, in cui ognuno ha contribuito secondo le proprie capacità. Chi ha dato di più sul piano organizzativo, chi ha contribuito di più una volta lì. È stato un vero lavoro di squadra.Con il tempo i rapporti sono rimasti e,
quando ci si ritrova, emergono anche ricordi e aspetti che allora erano rimasti in secondo piano, a volte nascosti. È bello così: si ricompone insieme la storia. In quelle condizioni si crea inevitabilmente un legame forte. Ricordo bene Luigino, che mi dava molti consigli, il medico, e Camillo, che era una guida importante per tutti. Restano ricordi molto umani, che col tempo diventano ancora più preziosi.”
Giampaolo Zortea:
“Penso che tutti abbiano fatto quello che potevano.
A 6000–7000 metri il corpo si spegne: non è una condizione che si possa immaginare da fuori. Si vedono persone che non stanno più in piedi, diventano instabili, quasi ‘ubriache’, piegate su sé stesse, con la tosse che non smette mai.
Non è il mal di testa a fermarti, perché quello c’è sempre. È il fisico che non risponde più, il “motore” che si spegne.
Qualcuno riesce a proseguire, altri devono fermarsi. Alla fine è la montagna che decide.”
Luciano:
“La spedizione ha avuto delle carenze organizzative, ma la nostra esperienza di montagna ci ha permesso di compensarle. Questo ci ha aiutati a sopperire alle difficoltà e, soprattutto, ci ha uniti, evitando scontri a favore di uno sforzo comune.
Era una spedizione con poche risorse e poco tempo, ma con grande volontà e capacità di resistere alle difficoltà.”
Giampaolo Depaoli, Sergio Martini e Luciano Gadenz,
in un classico ritrovo al ristorante La Ritonda, di proprietà di Giampaolo.
In questa avventura va tenuto presente un aspetto fondamentale: l’impresa non è stata compiuta oggi, ma cinquant’anni fa. Le condizioni, le attrezzature e il livello di accessibilità di queste vie erano completamente diversi da quelli attuali.
Fino ad allora la cima era stata raggiunta soltanto da tre spedizioni: nel 1960 dagli svizzeri, dieci anni dopo dai giapponesi e nel 1973 dagli americani.
A raccontarlo meglio sono i nostri protagonisti:
Sergio:
“Ho ritrovato un’agenda sulla quale avevo annotato poche cose essenziali, giusto per non dimenticare. Rileggendola dopo tanti decenni, mi sono reso conto che la nostra è stata una spedizione pionieristica. Siamo partiti il 24 febbraio e abbiamo impiegato quasi un mese per raggiungere il Campo Base, cosa che oggi non esiste più.
Oggi si arriva a Kathmandu, si resta magari un giorno per le formalità e poi molti prendono l’elicottero, raggiungendo subito il Campo Base e la montagna. Allora, invece, abbiamo trascorso una settimana a Kathmandu per sbrigare tutta la parte burocratica e logistica, seguita soprattutto da Renzo e Santon.
Era una Kathmandu molto diversa da quella di oggi: storica, antica, con pochissimo turismo. Molte delle zone oggi famose non esistevano ancora. È cambiato tutto il mondo, e naturalmente anche lei.
Poi c’è stato il lungo avvicinamento a piedi. Oggi chi ha poco tempo cerca di arrivare il più rapidamente possibile sotto la montagna, ma così si perde una parte fondamentale dell’esperienza: il contatto genuino, quasi primordiale, con un territorio che conserva ancora la propria identità. Vedere come vive la gente in quei luoghi significa entrare in una realtà completamente diversa dalla nostra.”
Oggi chi ha poco tempo cerca di arrivare il più rapidamente possibile sotto la montagna, ma così si perde una parte fondamentale dell’esperienza: il contatto genuino, quasi primordiale, con un territorio che conserva ancora la propria identità.
Giampaolo Zortea:
“Ogni dieci anni, fino ai quarant’anni dalla spedizione, abbiamo fatto una rievocazione. Solo col tempo ho capito davvero il valore di ciò che abbiamo fatto.
Siamo stati i terzi italiani in Himalaya e la prima spedizione italiana a raggiungere la cima. Siamo andati su alla ‘garibaldina’, con attrezzatura che oggi farebbe sorridere, eppure siamo riusciti nell’impresa. Di sicuro abbiamo avuto anche fortuna.”
Luciano:
“Abbiamo avuto problemi di alimentazione e organizzazione. Ricordo ancora una tenda americana trovata sopra il campo 4: ci ha permesso di recuperare viveri come biscotti e frutta secca, perfettamente conservati. Loro avevano risorse enormi, anche supporto aereo fino al campo 2. Noi invece avevamo mezzi limitati e pochi sherpa disponibili, perché i migliori erano stati ingaggiati mesi prima della nostra partenza.
È una differenza enorme rispetto all’Himalaya di oggi, fatto di prodotti specifici e supporti continui.
Il campo deposito, oggi attrezzato e raggiungibile anche con muli, è stato chiamato Italian Base Camp, dove abbiamo lasciato una lapide scolpita da Luigino Henry, in memoria del nostro passaggio.”
Dopo tre mesi, ormai alla fine di maggio, arriva il momento del rientro. È il tempo di condividere questa esperienza con chi, da lontano, ha seguito tutto con attesa costante e con il pensiero sempre rivolto a quella stessa montagna.
Un’attesa che si è trasformata in partecipazione: un coinvolgimento profondo, emotivo e affettivo, che ha unito tutta la comunità attorno alla spedizione, molto più di quanto ci si aspettasse.
Silvio:
“Dopo giorni e giorni di cammino in luoghi dove non c’era nulla, il rientro in valle è stato quasi uno shock: le macchine, la modernità, la gente. E soprattutto tutti ad aspettarci. È stata una grande festa, un’accoglienza che non dimentichi.
Più che la montagna, mi resta questo: il legame che si è creato con la valle e il fatto che quelle storie, ancora oggi, continuano a essere raccontate ai bambini.”
Luciano:
“Quella spedizione non è stata solo un’impresa alpinistica, ma qualcosa che ha coinvolto un’intera comunità. Essendo in gran parte composta da primierotti e guide del territorio,
anche la popolazione si è sentita parte di quello sforzo.
Al rientro si è visto chiaramente: una valle intera ad accogliere, le scuole coinvolte, i bambini che scrivevano temi. Non è stata solo la vittoria delle ‘Aquile’, ma una vittoria di tutto il Primiero. E forse anche per questo è rimasta nella memoria, perché è stata una spedizione fatta con poco, ma con tutto quello che serviva: adattamento, spirito di gruppo e ciò che la montagna permetteva.”
Gianpietro “Pape”:
“Il rientro è stato qualcosa di incredibile. A Milano ci aspettavano i maestri di sci di San Martino che, tenendo gli sci in mano, formavano un arco sotto il quale siamo passati. Poi ai Masi di Imèr i pompieri, la fanfara… e a Fiera una piazza piena di gente.
Per noi è stato soprattutto un momento di orgoglio collettivo. Per qualche anno siamo stati chiamati in tutta Italia a raccontare quella spedizione, e questo ci ha tenuti molto uniti.”
Giampaolo De Paoli “Grohmann”:
“Ancora oggi, a pensarci, mi emoziono. Faccio fatica a trovare le parole. Davanti al Municipio di Fiera ho rivisto mia moglie e i miei figli: Davide mi tirava la barba… sono immagini che restano.
La popolazione del Primiero merita una riconoscenza enorme.
È stata un’esperienza nuova, intensa, che non si dimentica.”
L’accoglienza,
al ritorno nella Valle Di Primiero.
Uscire. Vivere l’ambiente. Tornare.
In alta quota non sono solo la forza o la tecnica a fare la differenza: sono le persone che hai accanto. L’unione della spedizione, la fiducia reciproca, il modo in cui, nei momenti più difficili, si resta uniti con un obiettivo comune: andare lontano, e soprattutto tornare insieme.
C’è qualcosa di molto simile tra un’aquila che rientra al nido e un alpinista che rientra a casa: è lì che protegge, recupera, ritrova equilibrio. Non è solo un punto di arrivo: è ciò che dà significato a tutto il resto, dentro un ciclo che si ripete.
L’aquila torna al nido… e da lì riparte.
L’alpinista torna a casa… e spesso ricomincia a sognare la prossima montagna.
E anche quando si è lontani, qualcosa resta sempre lì.
Forse tutto si può riassumere così:
la vera misura della forza non è solo arrivare lontano, ma saper tornare.
storie che vale la pena leggere e condividere, guardare e ascoltare